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11 Marzo 2018

Quote rosa nel mondo del cinema dall'inclusion rider alla legge Franceschini

Fonte Business insider di Matteo Zorzoli - Ogni notte degli Oscar passa alla Storia per un evento memorabile, un fuoriprogramma che la rende unica nell’immaginario collettivo. Non c’è stata cerimonia che non abbia avuto momenti strappalacrime, gaffe imperdonabili, dediche o discorsi di ringraziamento su temi sociali impellenti. E’ stato così nel 1999, con la “pacata” esultanza di Benigni, chiamato sul palco da Sophia Loren per ritirare la statuetta per La vita è bella(Robbberto!), nel 2014 con il selfie “stellare” di Bradley Cooper, nel 1973 con il gran rifiuto di Marlon Brando e l’anno scorso con la busta sbagliata consegnata a Warren Beatty. Non è un caso che l’edizione di quest’anno passerà alla Storia per il discorso di Frances McDormand, miglior attrice protagonista per il film Tre manifesti a Ebbing, Missouri. A pochi mesi dalla vicenda Weinstein e nel bel mezzo dei movimenti #MeToo e #TimesUp l’attrice americana, salita sul palco del Dolby Theatre di Los Angeles struccata e impacciata, si è rivolta a tutte le donne candidate in sala, esortandole ad alzarsi in piedi: «Meryl se lo fai tu, lo faranno tutte». Non solo attrici, ma anche truccatrici, fotografe e costumiste hanno seguito l’esempio della Streep, mentre tra gli applausi scroscianti della platea la McDormand annunciava: “Tutte noi abbiamo storie da raccontare e progetti da finanziare di cui parlare. Ma non stasera durante la festa. Chiamateci tra tre, quattro giorni, nei vostri uffici. O venite nel nostro, come credete meglio, e vi diremo tutto. Ho due parole prima di lasciarvi stasera, signore e signori: clausola di inclusione!”. Cos’è tecnicamente l’”inclusion rider”? Si tratta di una clausola, nota agli addetti ai lavori dell’industria cinematografica, che gli attori possono scegliere di inserire nei loro contratti per avere la garanzia che la troupe e il cast del film in cui reciteranno (quello per cui hanno firmato il contratto) includa anche minoranze (donne e minoranze razziali) con una percentuale del 50%. E’ stata per la prima volta teorizzata e proposta nel 2016 in un Ted talk da Stacy Smith, fondatrice della Annenberg Inclusion Initiative della University of Southern California. Numeri sconfortanti Nel corso della sua analisi la Smith ha preso in esame 900 pellicole americane dal 2007 al 2016 e i personaggi che vi hanno recitato, catalogandole per genere, razza, etnia, identità di genere e disabilità. I dati emersi nello studio sono spaventosi e colpisce quanto sia basso il numero dei ruoli di spicco affidati a donne, afro-americani, asiatici, disabili e persone lesbiche, bisessuali o transessuali: solo una minima percentuale dei registi di Hollywood, il 4%, è donna, mentre il numero delle sceneggiatrici sale leggermente, arrivando al 13%. La ricercatrice parla a ragion veduta di un’”epidemia dell’invisibilità”: l’industria audiovisiva americana, come tanti altri settori, sceglie deliberatamente di omettere intere categorie di persone dai propri schermi. Poche donne raggiungono posizioni elevate nella scala decisionale (produttrici, registe, sceneggiatrici, membri di consigli per i finanziamenti pubblici), e spesso vengono affidati loro budget ridotti, i loro film hanno una distribuzione meno capillare o trattano generi ritenuti “di nicchia” (ad esempio cortometraggi o documentari). E questa prassi, su larga scala, ha effetti sulle differenze salariali, anche nel caso di protagonisti di film “sbanca-botteghino”. Basti pensare che nella classifica di Forbes dedicata agli attori, nel 2016 ci sono stati ben 14 uomini che hanno guadagnato più di Emma Stone, la donna più pagata. Il focus italiano Nel nostro Paese il gap di genere sul fronte degli stipendi ha ormai raggiunto dimensioni allarmanti: dal rapporto del World Economic Forum 2017 l’Italia è crollata di 32 posizioni rispetto a due anni fa, passando all’82mo posto su 144 Paesi. Una disparità di trattamento che ha effetti anche nel mondo del grande schermo, partendo dall’accesso ai finanziamenti. L’88% dei film che accedono ad aiuti pubblici è diretto da uomini, così come il 79% dei film prodotti dalla Rai ed il 90,8% dei film che arrivano nelle sale cinematografiche. Anche se le registe sembrano proporre opere di qualità: il 33% dei film diretti da donne ha infatti partecipato o vinto premi a festival nazionali ed internazionali. Prendendo in esame i primi 100 titoli italiani da botteghino del 2016, il primo film attribuibile anche ad una produttrice (non ci sono film di imprese femminili) si trova al 35° posto ed è Suburra, prodotto da Cattleya. “Il vero obiettivo dell’inclusion rider americana è quello di contrastare il pregiudizio nel processo di selezione e di casting, ponendo dei paletti già nella fase embrionale del progetto cinematografico – spiega Maura Misiti, ricercatrice nel campo delle politiche sociali e coordinatrice di DEA (Donne e Audiovisivo) – In tal senso la legge Franceschini, approvata dal Consiglio dei Ministri lo scorso ottobre, rappresenta una pietra miliare nel contesto italiano. “Per la prima volta la promozione dell’uguaglianza di genere diventa un parametro decisivo per l’erogazione di contributi automatici”. Ad una casa di produzione indipendente sono, infatti, assegnati 15 punti se il progetto presentato è diretto da una regista o se la maggioranza dei registi è di sesso femminile. I punti diminuiscono a 10, invece, se la maggioranza degli autori (soggettista, sceneggiatrice, compositrice) è composta da donne. “Indietro non si torna” Gli esempi di sistemi virtuosi ci sono. Le politiche messe in atto in Svezia, per esempio, pur non prevedendo riserve obbligatorie sulla destinazione dei fondi nazionali, hanno portato all’aumento dei film diretti da donne dal 19% del 2000 al 50% attuale. Posizioni forti come quella svedese insieme a strumenti come l’inclusion rider e la legge Franceschini devono segnare la strada per invertire il trend che regna in molti, troppi settori dell’economia occidentale. In questa sfida il ruolo del cinema, con la sua forza comunicativa, è fondamentale: il movimento #Metoo lo sta ampiamente dimostrando. Non è più il tempo di guardarsi indietro, come dice la McDormand.