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17 Giugno 2015

Melzi D'Eril: "l cinema di qualita' in Italia e' un investimento in perdita"

di Andrea Coccia per LInkiesta-

 

È un momento interessante e insieme molto complicato per l’industria cinematografica italiana. Negli ultimi anni siamo riusciti a portare all’attenzione del pubblico e della critica internazionale grandi talenti — Paolo Sorrentino e Matteo Garrone in primis — che, maturati negli ultimi 15 anni, hanno saputo imporsi e ottenere importanti riconoscimenti internazionali, dall'Oscar per La grande bellezza di Sorrentino — premio che mancava dalla fine degli anni Novanta, quando a vincere fu La vita è bella di Roberto Benigni — fino ai due premi della critica vinti da Matteo Garrone a Cannes con Gomorra e Reality. Se Sorrentino e Garrone sono i primi della fila, dietro di loro ci sono altri registi interessanti e di qualità, anche se meno conosciuti al grande pubblico, che paradossalmente, pur esprimendo qualità e originalità, pur ottenendo un'ottima accoglienza dalla critica nei festival di mezzo mondo, in Italia passano inosservati agli occhi del grande pubblico. «È sempre più difficile lavorare sui film “piccoli”» «È sempre più difficile lavorare sui film “piccoli”», ci dice Francesco Melzi D'Eril, distributore e produttore che con la sua Good Films porta nelle sale italiane film di qualità, dagli americani Dallas Buyers Club e Still Alice, fino agli italiani Anime nere, Short Skin, Cloro e altri. «In Italia», continua Melzi D’Eril, «gli unici che riescono a funzionare ancora sono i film evento, quelli dei “maestri”, da Sorrentino a Moretti a Garrone, e anche loro non senza difficoltà, visto che spesso ottengono risultati al botteghino che non sono ancora adeguati agli investimenti che richiedono». Anime nere in un paese come la Francia avrebbe incassato una cifra 7 o 8 volte superiore, portando al cinema un milione di spettatori Per esempio? Prendiamo Il racconto dei racconti, di Matteo Garrone: alla fine credo che si attesterà sui 3 milioni, 3 milioni e mezzo di incassi, ma è costato circa 12 milioni, con un bilancio tra investimento e risultato che è negativo e che segnala come qualcosa ancora non funzioni nel cinema italiano. O ancora, per parlare di un esempio che mi riguarda più da vicino, pensa a un film come Anime nere, di Francesco Munzi. È un bellissimo film in cui abbiamo creduto molto, fin dall’inizio. Un film che ho prodotto e distribuito e che ha appena vinto 9 David di Donatello, tra cui Miglior film e Miglior regia, ma il cui risultato in sala è stato di circa un milione di euro. Per capire le dimensioni del problema, pensa che un film del genere in un paese come la Francia probabilmente avrebbe incassato una cifra 7 o 8 volte superiore, portando al cinema un milione di spettatori. «Il pubblico si è disabituato alla scoperta, è disinteressato alle opere prime e al cinema di qualità, e i cinema sono impazienti» Qual è il problema maggiore del nostro cinema? Il problema non è uno solo, è una questione molto complessa. Da una parte c’è il pubblico, che si è disabituato alla scoperta e sembra disinteressato ai nuovi registi, alle opere prime e al cinema di qualità. Ma c’è anche un problema degli esercenti, dei cinema, che hanno poco interesse per un certo tipo di film e troppa poca pazienza. Una scarsa pazienza dovuta anche al pubblico disattento e poco aperto alle novità. Io quest’anno ho portato film molto interessanti come Cloro e Short Skin nei più importanti festival internazionali, a Venezia, a Berlino e al Sundance. Tutti hanno avuto un ottimo riscontro, che però non si è ripetuto al botteghino. Come dicevo, il pubblico sembra quasi completamente indifferente e disinteressato alle opere prime, a meno che non siano delle commedie, penso a Se Dio vuole di Edoardo Falcone, che ha vinto il David come miglior regista esordiente. Temo che distribuire questo genere di film sarà sempre più difficile. Per questo io non voglio più produrre o distribuire opere prime, e senza un intervento strutturale di sistema sarà sempre più difficile scoprire e dare spazio ai nuovi Sorrentino, Garrone, Munzi, che vedrebbero la luce con molta fatica. E che alla fine non andrebbe a vedere quasi nessuno. «Il settore ha bisogno di finanziamenti e contributi alla distribuzione, soprattutto dei nuovi talenti, delle quote fisse di programmazione di cinema italiano nelle sale, degli sgravi fiscali» Cosa intende come intervento strutturale di sistema? Intendo un intervento consistente nel sistema cinema. Ci possono essere finanziamenti o contributi alla distribuzione dei nuovi talenti, dei tax credit, delle quote fisse di programmazione di cinema italiano nelle sale, in particolare sugli esordi, e poi magari anche in televisione. Insomma, di modi ce ne sono tanti e non solo di finanziamenti diretti, anche perché ormai il finanziamento diretto alle opere cinematografiche in Italia è bassissimo. Anzi, rispetto a paesi come la Francia direi che è niente. Dal punto di vista politico c'è qualche forza in campo che potrebbe portare questi temi in Parlamento? Non mi sembra che in questo momento ci siano delle condizioni favorevoli. C’è da fare un lavoro immenso, probabilmente partendo anche a livello di associazioni, perché il cinema italiano ne ha bisogno. Investire sulle opere prime significa investire nel cinema del futuro. Detto questo, la povertà di mezzi a volte rende i produttori e i registi più vivaci e creativi, portandoli a trovare i soldi per fare i film. Tant’è che gli ultimi cinque o sei anni — tempo in cui il cinema italiano si è ritrovato con pochissime risorse — sono stati molto buoni dal punto di vista qualitativo. Sono usciti film belli, sono emersi nuovi talenti. Ma produrre bei film serve a poco se poi non si riesce a portare il pubblico a vederli. «Negli ultimi anni sono usciti film belli, sono emersi nuovi talenti. Ma produrre bei film serve a poco se poi non si riesce a portare il pubblico a vederli» Ti faccio un esempio: quest’anno ho prodotto un film che è stato presentato a Cannes, si intitola Mediterranea ed è dell’italoamericano Jonas Carpignano, un giovane brillante, che ha dietro dei produttori che sono tra i migliori negli Stati Uniti. È un film “piccolo” ma decisamente interessante, che affronta un tema estremamente attuale come l’immigrazione nel Mediterraneo, parla di quello che sta succedendo intorno a noi proprio in questi mesi, seguendo il viaggio di migranti dall’Africa centrale attraverso la Libia, il Mediterraneo, fino all'arrivo in Italia, alla raccolta dei pomodori a Rosarno. È un film importante, ma che credo che alla fine non distribuirò, perché so che ci perderei dei soldi. E non ha senso che io, ma anche gli altri produttori italiani che si dedicano a questo genere di film, si carichino sulle spalle i rischi di un sistema che non funziona e che ha evidenti problemi strutturali. In un contesto del genere è positivo l’arrivo anche in Italia di una piattaforma come Netflix? Certo, il cinema sta cambiando molto in questi anni, e lo vediamo soprattutto nelle modalità di accesso del pubblico ai film — perché non è vero che la gente non vede più film o documentari — attraverso nuovi strumenti che, per l’appunto, si stanno affacciando anche in Italia. Se mi chiedi che effetto avrà l’arrivo di Netflix in Italia non so dirtelo con certezza, dipenderà da come si muoveranno, da che offerta faranno. Ma sicuramente è un fatto positivo e interessante perché propongono alternative. In America Netflix sta investendo molto, oltre che sulle serie tv come House of Cards, anche su documentari, quelli del giro del Sundance per esempio, che hanno anche pagato molto. È una dinamica che potrebbe permettere di raggiungere un pubblico nuovo.